Il Metodo Validation

7.3.07

Bruna la vittima

Vengo chiamata per un ricovero difficile.

Davanti a me c'è una signora minuta, con l'aria molto spaventata, con intorno i figli, l'infermiera, l'assistente sociale e un'assistente un po' in disparte. Mi raccontano velocemente che sono tutti preoccupati perché ha problemi cardiaci importanti per cui tutta questa paura, angoscia, tutto questo star male sono pericolosi. Lei non vuole assolutamente stare qui. Le varie persone intorno, con estrema delicatezza, cercano di farle capire che qui starà bene, che verrà curata, che ha bisogno di assistenza e via dicendo.

La signora Bruna, che prima aveva avuto anche un momento di aggressività, ora è silenziosa, con gli occhi gonfi e non si toglie il cappotto e il cappello. Mentre ancora mi limito a osservare (il viso profondamente triste, l'angoscia che prende il sopravvento) si rivolge al figlio minore e accarezzandolo con tutta la dolcezza possibile e piangendo lo supplica di riportarla a casa.
Quei poveri figli stavano così male che più di una volta hanno pensato di riportarla a casa davvero. Con tutta la fatica che avevano fatto negli ultimi tempi a gestirla era impensabile!
Arriva a questo punto anche un medico, giustamente chiamato per controllare la situazione cardiaca e che tra l'altro riempie di gentilezze questa paziente tanto in difficoltà. Piano piano la signora si calma.

Mi inserisco dunque in questa situazione così difficile chiedendole cosa l'angoscia, mi interesso a lei e alle emozioni che prova senza sentire il bisogno di convincerla che qui starà bene. La mia priorità è quella di "ascoltare", quella di farla sentire prima di tutto libera di esprimersi, non soffocata dagli eventi. Le dico che anch'io al posto suo mi sentirei così... le permetto di piangere e disperarsi. Gli sguardi degli altri erano un po' stupiti per questo mio comportamento, ma questo è normale.

Così quella piccola signora incomincia a sentire intorno a sé un ambiente meno ostile, più in sintonia con ciò che prova lei; trova in me qualcuno che non sorride affatto, che non prova a tranquillizzarla, anzi qualcuno che la guarda con la sua stessa aria triste. Qualcuno che la capisce e che entra empaticamente nella sua emozione.

Dopo ore riesce a togliersi il cappotto.

Ho incontrato Bruna tante volte, convalidando i vari motivi per cui piangeva, tollerando con l'aiuto dei colleghi le sue insistenze. Era proprio il vittimismo il suo disturbo comportamentale. Questi pazienti sono comunque degli accusatori ma hanno una visione delle cose come di chi subisce ingiustizie. Ora era la compagna di camera che le aveva fatto un dispetto, ora erano le dita che le facevano male, ora le avevano rubato la bottiglietta dell'acqua, ora le avevano detto una parolaccia. Il bisogno era sempre poterlo dire, piangere, essere compatita (trovare qualcuno che provi compassione).

Ciò che veramente è difficile, a mio parere, è imparare a dare spazio all'emozione dell'altro, qualunque essa sia, senza pensare che dobbiamo risolvere la situazione. Cercare una soluzione infatti ci impegna molto emotivamente e ci allontana dal bisogno estremo che l'altro ha di essere ascoltato. Non è che si sbagli se non lo si fa, ma migliora molto lo stato d'animo in chiunque di noi se ci si sente prima di tutto ascoltati e capiti.

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