Il figlio di Stefania
Parlando con il figlio di Stefania, presente e affettivamente legatissimo a lei, ho avuto la conferma dell’estremo bisogno di aiuto di quei famigliari che si trovano in genere travolti da una tempesta improvvisa e inaspettata, che spaventa, sconvolge, fa paura.
Mi racconta che andando dalla mamma un Natale, quando già qualcosa non andava a detta dei vicini, si trova innanzi una donna sconosciuta, che si arrabbia con lui e urla colpevolizzandolo per qualcosa che non è affatto chiaro. Dice di aver dovuto fare tutto da sola, che lui l’ha lasciata lì mentre lei doveva allattare quel bambino! Lentamente l’argomentazione prende forma: Stefania sembra parlare col proprio marito, che forse l’avrà trascurata un po’ quando lei aveva bisogno di aiuto e conforto. Possiamo andare a immaginazione e intuire una fase post- partum un po’ difficile. Come sempre sapere è d’aiuto ma non indispensabile.
Come se la sarà cavata quel figlio per calmare la mamma? Quanto si sarà spaventato, come si sarà sentito disorientato a sua volta quando la mamma d’incanto è tornata alla normalità chiedendogli cosa voleva per cena!
Questo figlio chiede aiuto. Che qualcuno gli spieghi cosa lo aspetta, come le deve rispondere quando lei gli parla in quel modo un po’ confuso, come si deve comportare con una persona tanto strana e diversa.
Qualche risposta a questi quesiti c’è. Così parlo con questo figlio di come si fa per entrare nel mondo della madre, dell’empatia e della legittimazione, delle domande che indagano i fatti affinché esca l’emozione che vuole uscire. Provo a spiegare come fare per essere autentici pur assecondando degli strani pensieri. Parlo della capacità di stare generici pur partecipando con sincero trasporto ai sentimenti espressi, della possibilità di relazionarsi in un modo nuovo. So che non sarà una passeggiata. Non dimentichiamo che il trasporto emotivo e gli eventuali conflitti che ci sono tra le persone di una stessa famiglia incidono molto.
Torniamo a Stefania. Con lei Validation mi è davvero d’aiuto. Quando entro in reparto spesso la trovo agitata, come con la fretta addosso, in cerca d’aiuto perché deve assolutamente andare a casa, passando però prima a prendere il pane, che poi dovrà cucinare qualcosa agli uomini al ritorno dal lavoro. Ricordo ancora cosa significava per noi operatori una insistente richiesta di uscire da parte dei pazienti: era frustrazione pura. Non sapevamo cosa dire, come fare! Farli uscire un po’? Fargli fare qualcosa affinché si distraessero? Era sempre tutto inutile!
Con Stefania per fortuna basta iniziare bene poi fa quasi tutto lei. Riformulo le sue frasi confuse e lei mi spiega meglio. Chiedo dove deve andare, lei mi descrive le strade, i negozi. Parlo respirando col suo ritmo veloce, lei esprime ancor di più la sua ansia di voler andare a casa…poi bruscamente si ferma, si gira e si avvia col suo incedere svelto ed elegante dicendomi: “mi scusi ma devo proprio andare”.
Si attraversano varie fasi con Stefania, ora più agitata ora meno, ora stringe amicizie e gode di una qualche complicità, ora si isola un po’. Ci fa anche tanto ridere data la sua simpatica parlata toscana. Si racconta volentieri ed è una risorsa nel gruppo Validation, dove emana una energia unica.
E’ confusa, non lo si può negare, ma se si riesce a dare importanza alle emozioni che lei esprime, capita di non far più caso alla mancanza di logica nei suoi discorsi.
Ad esempio dice spesso di avere due figli quando ne ha uno solo. L’altro dalla descrizione è il nipote, che “è ancora più dolce del primo” come dice lei. Durante una riunione di gruppo una volta ci racconta con tanto di gesti vivaci e strani particolari, di una certa tavoletta di cioccolato che le avrebbe portato il suo secondo figlio, perché lui le porta sempre qualcosa. Ad un certo punto aggiunge: “che credete, mica me la sono mangiata! E’ lì nel cassetto, me la tengo stretta stretta per ricordo!”. Converrete con me che qui non ha nessuna importanza che si sbagli a dire figlio al posto di nipote o che non sia ragionevole pensare di tenere il cioccolato come ricordo, di fronte ad un sentimento tanto grande!
Ciò che fa davvero bene a lei e a noi è sapere di aver ascoltato e accolto le sue a volte terribili a volte meravigliose emozioni.
Mi racconta che andando dalla mamma un Natale, quando già qualcosa non andava a detta dei vicini, si trova innanzi una donna sconosciuta, che si arrabbia con lui e urla colpevolizzandolo per qualcosa che non è affatto chiaro. Dice di aver dovuto fare tutto da sola, che lui l’ha lasciata lì mentre lei doveva allattare quel bambino! Lentamente l’argomentazione prende forma: Stefania sembra parlare col proprio marito, che forse l’avrà trascurata un po’ quando lei aveva bisogno di aiuto e conforto. Possiamo andare a immaginazione e intuire una fase post- partum un po’ difficile. Come sempre sapere è d’aiuto ma non indispensabile.
Come se la sarà cavata quel figlio per calmare la mamma? Quanto si sarà spaventato, come si sarà sentito disorientato a sua volta quando la mamma d’incanto è tornata alla normalità chiedendogli cosa voleva per cena!
Questo figlio chiede aiuto. Che qualcuno gli spieghi cosa lo aspetta, come le deve rispondere quando lei gli parla in quel modo un po’ confuso, come si deve comportare con una persona tanto strana e diversa.
Qualche risposta a questi quesiti c’è. Così parlo con questo figlio di come si fa per entrare nel mondo della madre, dell’empatia e della legittimazione, delle domande che indagano i fatti affinché esca l’emozione che vuole uscire. Provo a spiegare come fare per essere autentici pur assecondando degli strani pensieri. Parlo della capacità di stare generici pur partecipando con sincero trasporto ai sentimenti espressi, della possibilità di relazionarsi in un modo nuovo. So che non sarà una passeggiata. Non dimentichiamo che il trasporto emotivo e gli eventuali conflitti che ci sono tra le persone di una stessa famiglia incidono molto.
Torniamo a Stefania. Con lei Validation mi è davvero d’aiuto. Quando entro in reparto spesso la trovo agitata, come con la fretta addosso, in cerca d’aiuto perché deve assolutamente andare a casa, passando però prima a prendere il pane, che poi dovrà cucinare qualcosa agli uomini al ritorno dal lavoro. Ricordo ancora cosa significava per noi operatori una insistente richiesta di uscire da parte dei pazienti: era frustrazione pura. Non sapevamo cosa dire, come fare! Farli uscire un po’? Fargli fare qualcosa affinché si distraessero? Era sempre tutto inutile!
Con Stefania per fortuna basta iniziare bene poi fa quasi tutto lei. Riformulo le sue frasi confuse e lei mi spiega meglio. Chiedo dove deve andare, lei mi descrive le strade, i negozi. Parlo respirando col suo ritmo veloce, lei esprime ancor di più la sua ansia di voler andare a casa…poi bruscamente si ferma, si gira e si avvia col suo incedere svelto ed elegante dicendomi: “mi scusi ma devo proprio andare”.
Si attraversano varie fasi con Stefania, ora più agitata ora meno, ora stringe amicizie e gode di una qualche complicità, ora si isola un po’. Ci fa anche tanto ridere data la sua simpatica parlata toscana. Si racconta volentieri ed è una risorsa nel gruppo Validation, dove emana una energia unica.
E’ confusa, non lo si può negare, ma se si riesce a dare importanza alle emozioni che lei esprime, capita di non far più caso alla mancanza di logica nei suoi discorsi.
Ad esempio dice spesso di avere due figli quando ne ha uno solo. L’altro dalla descrizione è il nipote, che “è ancora più dolce del primo” come dice lei. Durante una riunione di gruppo una volta ci racconta con tanto di gesti vivaci e strani particolari, di una certa tavoletta di cioccolato che le avrebbe portato il suo secondo figlio, perché lui le porta sempre qualcosa. Ad un certo punto aggiunge: “che credete, mica me la sono mangiata! E’ lì nel cassetto, me la tengo stretta stretta per ricordo!”. Converrete con me che qui non ha nessuna importanza che si sbagli a dire figlio al posto di nipote o che non sia ragionevole pensare di tenere il cioccolato come ricordo, di fronte ad un sentimento tanto grande!
Ciò che fa davvero bene a lei e a noi è sapere di aver ascoltato e accolto le sue a volte terribili a volte meravigliose emozioni.
Etichette: Alzheimer, anziani, Cinzia Siviero, demenza, disorientamento, disturbi comportamentali, Metodo Validation, naomi feil
