Il Metodo Validation

14.7.10

Sergio e la paura

Sergio è agitato, molto. Sguardo lontano, all’infinito (non mi piace pensare che sia nel vuoto). Le sue mani afferrano con forza i braccioli della sedia a rotelle e tremano. La figlia e il genero spaventati. La dottoressa pensa che non sia un farmaco ciò di cui c’è bisogno ora, ma di validation.
Mi con-centro. “Sergio cosa succede?” – dico – “Sergio?” Lui non mi vede, nonostante io sia di fronte a lui e alla sua altezza. Respira molto velocemente. Ogni muscolo del suo viso esprime spavento, paura. Mi uniformo al suo respiro e riprovo più e più volte “Sergio cosa succede?”. Ad un certo punto lui “Ho paura!” io “Di che cosa?” lui “Non lo so” io “Non lo sa?!” … “Dio mio cosa può essere che le scatena tanta paura!” lui “Non lo so!” sembra quasi piangere. “Non lo so ma ho paura!” io “Non sa perché ma sente paura, che brutta cosa le sta capitando! Come posso fare per aiutarla?!” lui “Ho paura di morire!”
Ora decido di provare a respirare insieme con lui: metto la mia mano sul suo petto, gli propongo un esercizio molto semplice e condotto da me… inspiriamo ed espiriamo uniformando i nostri respiri… spero in questo modo di rallentare l’affanno. So che questo non gli basterà ma mi sembra urgente riportare la respirazione ad un livello più calmo. Quando fa così abbiamo tutti paura in reparto che sia sempre lì lì per avere un attacco di cuore.
Si calma dopo forse due o tre minuti. Mi guarda e mi vede ora. Mi sorride persino. Gli dico: “Va almeno un po’ meglio?” lui “Grazie cara… voglio andare a casa” guardando nella direzione dove si trova la figlia, rimasta in disparte tutto il tempo. Io accolgo questo suo bisogno di sentirsi al sicuro, ben sapendo che è la casa del là e allora quella a cui Sergio si riferisce. Questo bisogno di casa si può condividere profondamente, come molti altri bisogni, se andiamo a cercarlo dentro di noi. Ci accade infatti spesso di sentire il bisogno di quelle quattro mura familiari, piene delle nostre cose, quando siamo lontani. Sergio parla di quella casa (la figlia poi spiegherà che dalla descrizione capisce che è quella dei nonni, con cui è cresciuto) e dice che vuole la mamma. Io riformulo, faccio le domande e poi condivido “La mamma è sempre nel nostro cuore! Possiamo chiedere alla mamma di aiutarci in questo momento così difficile? Forse una preghiera?” Inizio l’Ave Maria, che spesso si dice perché collegata alla figura materna; Sergio mi segue, si rilassa in viso e la meravigliosa figlia si commuove.
Lo saluto ringraziandolo e proponendogli il pranzo, pronto da un po’. Sergio mi regala un tale “Grazie!” che non saprei descrivere… è la mia paga emotiva, la mia ricarica.
Poco più tardi, mentre parlo con la figlia con cui condivido questo momento, arriva il genero a dirci con aria gioiosa e incredula che suo suocero sta mangiando sereno, come se nulla fosse.
Sergio viene messo in collegio da piccolo da una mamma “nei guai”, rimasta incinta fuori dal matrimonio. Non conoscerà mai il padre. La mamma va poco a trovarlo e il bimbo cresce tra collegio e nonni, che vivono con degli zii. Più avanti viene affidato ad una famiglia che lo accoglie con calore e qui trova la mamma che forse aveva sempre desiderato, una mamma con tanto amore da dare. La figlia ricorda di averlo sentito spesso dire che la nuova mamma, quella della famiglia adottiva, era meravigliosa. La sorte di questo ragazzo infierisce di nuovo. Sergio viene allontanato da questa famiglia e per tutta la vita tiene a bada questa sofferenza. Entrato in struttura con una diagnosi di demenza è stato spesso sopraffatto dal pianto quando si pronunciava la parola “mamma”. La sua famiglia e le persone intorno a lui l’hanno capito e gli vogliono molto, molto bene.
Noi operatori validation oggi, senza giudizio alcuno, siamo qui per accogliere ciò che ancora emerge.

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