Il Metodo Validation

20.9.10

L’eleganza di Maria

Un giorno mi ha detto: “Perdere la memoria è come perdere se stessi, i ricordi, gli affetti, la vita! Meglio morire!”

Settembre 2007
Ci incontriamo con costanza due volte alla settimana da mesi ormai. Lei mi aspetta, anche se non lo sa, chiusa nella sua solitudine e piena di confusione. Non appena mi vede, un sorriso. Poi via con un soliloquio nel quale raramente riesco ad inserirmi. E’ indaffarata a cercare pensieri nella sua mente e cose nella sua camera. Che cosa cerca ora in un cassetto ora nell’armadio ora nella borsa? Un foglietto scritto poco prima per ricordare …
Si prende in giro per questi scherzi che le fa la memoria e tenta di sopravvivere, capace come è ancora di autocontrollo e ironia.

E’ nella prima fase secondo Feil, quella della consapevolezza, della tensione e delle accuse. Già, le accuse. Ce l’ha con chi le ha rubato un Rolex che non ha mai avuto. Dice che è costretta a nascondere il portamatite, un tempo pieno di penne, perché gliele rubano. Sostiene che questo posto è una vergogna perché spariscono i soldi!
Naomi Feil ci spiega che questi anziani si esprimono attraverso simboli. Verrebbe da dire che è proprio così. Il Rolex intorno al quale si scatena il delirio di latrocinio sembra dire il disagio di chi si sente derubato del proprio tempo, prezioso. Maria è una signora, di quelle di un tempo, colta e raffinata. E che dire delle penne nel portamatite, strumento di una vita passata a fare la segretaria di un importante dottore! La demenza la sta derubando anche di questo meraviglioso ricordo, il suo lavoro tanto, tanto amato.
Si tiene impegnata per ore scrivendo la lista delle commissioni da fare e accusa l’istituto di tenerla prigioniera, di non lasciarla uscire.
E ancora afferma “che spreco questi posti pieni di corridoi dove i vecchi si perdono! Ma chi li costruisce?” Colpa dell’architetto, non certo della sua incapacità ad orientarsi.

E’ ancora tanto bella coi suoi novant’anni, sempre in ordine, elegante, perfetta, una vera signora. Non c’è pericolo che sbagli ad abbinare i colori del tailleur con le scarpe. Non dimentica mai i suoi “addobbi” come li chiama lei, collane preziose e orecchini. Passa ore a preparasi.
Mi dice che sono “garbata” perché le do del lei... e poi “via quei jeans che portate voi donne oggi, che obbrobrio!”

C’erano stati diffidenza e distacco inizialmente, ma poi la fiducia, creata attraverso il rapporto empatico, ha sostituito le difese.
Gradisce la relazione sincera e autentica delle nostre chiacchierate validation, fatta di condivisione invece che di ragionamento, bugia o diversione, e gradisce chi le può dedicare anche solo pochi minuti, ma tutti per lei. Desidera andare al bar e sedersi come faceva con le sue amiche a bere qualcosa. Non è sempre facile, è tanto ripetitiva; la sua memoria a breve termine è molto compromessa. Riesce a chiedermi la stessa cosa a pochi secondi di distanza. A volte accorgendosene e sentendosi affranta per questo. Sono felice tuttavia di poterle dare questi piccoli ma preziosi spazi, fatti di rispetto e comprensione. Fanno bene anche a me.


Giugno 2010
Arrivo in camera, è tutto buio e lei è sdraiata e sonnecchia con appoggiato sopra un accappatoio. Negli ultimi tempi la trovo sempre così. Non si alza, non si veste … C’è cattivo odore, è evidente che non è più tempo di lasciarla fare, non ha più cura di sé. Condivido la scelta dei medici di trasferirla in un Nucleo più adeguato.
La saluto, faccio un po’ di luce, lei mi dice che la luce la disturba … la aiuto a sedersi in modo da parlarle di fronte. L’espressione persa, come di chi non capisce chi sono e cosa voglio. Le dico che io ogni tanto vengo da lei a fare due chiacchiere … non ricorda.
Leggo nei suoi occhi la tristezza, la confusione. Parla dei genitori come se ci fossero ancora (dunque mi sembra spostata nel tempo passato); poi però aggiunge “probabile che siano morti” … non ricorda se ha avuto fratelli … ammette di avere problemi di memoria. Parliamo del fatto che non si alza quasi mai e dice che d’altra parte nessuno viene a prenderla. So che non è vero ma non c’è bisogno di contraddirla.
Intuisce, sorprendendomi, che dovrà trasferirsi in un altro luogo. Avevo intenzione di dirglielo ma ancora non sapevo come farlo. Possibile che abbia sentito il mio disagio? A volte agli allievi mi sono trovata ad affermare che gli anziani disorientati sembrano avere le antenne, percepire cose non dette. Mai però mi sono trovata in una situazione così forte. E ancora di più mi sorprende dicendomi: “Ma questa cosa è già decisa?” e io “Ho paura di si”. Lei “No ho paura di si, so di si!”
La sua aria ora è giustamente arrabbiata, con me. Pian piano si indigna, lotta,“questo non mi sta bene” “allora chiamate la mia famiglia” “non capisco proprio…” “se è vero che sono qui da tanti anni ho diritto …” Si confonde, afferma che non ci sta un’altra persona nella sua piccola stanza. Ma è chiaro che non serve spiegarle che la stanza non sarà più questa. Sta combattendo e la lascio fare cercando di condividere e convalidare questa sua emozione che Validation mi ha insegnato a sentire come giusta, legittima difesa.

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