PINA un crollo inaspettato
Quando Pina entra in istituto è consapevole della malattia, adeguata, con bei modi, colta, purtroppo piena di ansia.
Vengo chiamata dopo alcune settimane dal ricovero perché è agitatissima e confabula!
Non mi guarda mentre provo delicatamente a rivolgermi a lei, il suo sguardo si perde lontano. E’ spaventata, cammina avanti e indietro, parla senza che si possa afferrare neppure una parola, sembra latino in certi passaggi. Mi uniformo a lei come vuole la tecnica Validation, respiro come lei, cammino con lei. Ad un certo punto dice “non c’è più niente”.
Non mi guarda mentre provo delicatamente a rivolgermi a lei, il suo sguardo si perde lontano. E’ spaventata, cammina avanti e indietro, parla senza che si possa afferrare neppure una parola, sembra latino in certi passaggi. Mi uniformo a lei come vuole la tecnica Validation, respiro come lei, cammino con lei. Ad un certo punto dice “non c’è più niente”.
Con l’aiuto della tecnica della riformulazione (“Pina non c’è più niente?”) ottengo uno sguardo. Poi riprende “non sono niente… non ho più nessuno… non sono più nessuno”. E’ disperata; con lo sguardo e l’espressione del viso mi trasmette una sensazione come di ineluttabilità delle cose, come quando qualsiasi cosa tu faccia succederà il peggio; poi finalmente cala la tensione e piange ripetendo più volte “non so”. “Cosa possiamo fare? – dico - A chi chiedere aiuto?”. Lei : “Mamma, mamma”.
Quando ritorna a respirare normalmente e mi sembra stare un po’ meglio mi congedo sapendo che dovrò tornare nei giorni successivi e lei mi dice con mia enorme sorpresa “sei tanto cara, sei molto buona, non è facile”.
Pina si apre pian piano parlandomi dei suoi grandi dolori. I racconti di queste persone sono spesso così strani che viene proprio difficile pensarli reali. Ma il punto è che in un caso o nell’altro i sentimenti e le emozioni che esprimono sono autentici, questo è importante per noi.
Un giorno mi racconta tra le lacrime e con agitazione che una cara amica ( ho scoperto poi che si trattava della sorella) si era tolta la vita anni prima. Io non avevo notizie in merito. Quello che Pina ha fatto di buono quel giorno è stato parlare, pur con un po’ di confusione, dell’enorme senso di colpa che la affliggeva e che si era tenuta forse dentro per troppo tempo, negandolo. Un senso di colpa tremendo, micidiale, quello di non aver capito la gravità della situazione di questa donna che si tolse la vita proprio mentre lei era in vacanza. L’idea di non essere stata in grado di salvarla deve essere stata per lei terribile da sopportare. “Non avevo capito la sua disperazione…è rimasta sola…le avevo preso un appuntamento da uno specialista ma lei…mamma, mamma, aiuto!”.
Quando ritorna a respirare normalmente e mi sembra stare un po’ meglio mi congedo sapendo che dovrò tornare nei giorni successivi e lei mi dice con mia enorme sorpresa “sei tanto cara, sei molto buona, non è facile”.
Pina si apre pian piano parlandomi dei suoi grandi dolori. I racconti di queste persone sono spesso così strani che viene proprio difficile pensarli reali. Ma il punto è che in un caso o nell’altro i sentimenti e le emozioni che esprimono sono autentici, questo è importante per noi.
Un giorno mi racconta tra le lacrime e con agitazione che una cara amica ( ho scoperto poi che si trattava della sorella) si era tolta la vita anni prima. Io non avevo notizie in merito. Quello che Pina ha fatto di buono quel giorno è stato parlare, pur con un po’ di confusione, dell’enorme senso di colpa che la affliggeva e che si era tenuta forse dentro per troppo tempo, negandolo. Un senso di colpa tremendo, micidiale, quello di non aver capito la gravità della situazione di questa donna che si tolse la vita proprio mentre lei era in vacanza. L’idea di non essere stata in grado di salvarla deve essere stata per lei terribile da sopportare. “Non avevo capito la sua disperazione…è rimasta sola…le avevo preso un appuntamento da uno specialista ma lei…mamma, mamma, aiuto!”.
Nella stessa chiacchierata altre lacrime e altra rabbia per la “gente cattiva” che sparlava di quella donna “come in quel film, con il dottore”. Dopo un po’ di confusione di nuovo i pensieri si organizzano : “dicevano che era l’amante del prete…fanno battute su quel film… dove una donna si innamora del dottore.” “Uccelli di rovo? - dico io ipotizzando che il dottore sia in realtà il prete - “si, si ma… le battute uccidono”.
Quante altre emozioni ha potuto esprimere questa donna legate a fatti veri e non, quando si sentiva perseguitata, trascurata, derubata.
Era ossessionata da una signora (che effettivamente aveva il suo stesso cognome) perché le aveva rubato il nome! Quasi a denunciare la sensazione di furto della sua identità.
Quanto mi sono state utili le tecniche Validation, come quella del saper mettere da parte le mie emozioni! Non è affatto facile affrontare una persona con una storia così coinvolgente e non lasciarsi sopraffare. E’ proprio importante invece questa tecnica perché questo è forse l’unico modo possibile per dare aiuto. Diverso sarebbe se il coinvolgimento eccessivo ci facesse sentire bloccati dentro.
Peggiora Pina, peggiora fino a non camminare più e a non parlare più. Rimangono ancora gli occhi disperati e il respiro affannoso.
In una delle ultime occasioni di incontro mi dice “non so, non capisco più niente, forse rifiuto”.
Quante altre emozioni ha potuto esprimere questa donna legate a fatti veri e non, quando si sentiva perseguitata, trascurata, derubata.
Era ossessionata da una signora (che effettivamente aveva il suo stesso cognome) perché le aveva rubato il nome! Quasi a denunciare la sensazione di furto della sua identità.
Quanto mi sono state utili le tecniche Validation, come quella del saper mettere da parte le mie emozioni! Non è affatto facile affrontare una persona con una storia così coinvolgente e non lasciarsi sopraffare. E’ proprio importante invece questa tecnica perché questo è forse l’unico modo possibile per dare aiuto. Diverso sarebbe se il coinvolgimento eccessivo ci facesse sentire bloccati dentro.
Peggiora Pina, peggiora fino a non camminare più e a non parlare più. Rimangono ancora gli occhi disperati e il respiro affannoso.
In una delle ultime occasioni di incontro mi dice “non so, non capisco più niente, forse rifiuto”.
Etichette: Alzheimer, Metodo Validation, Riformulazione
