Il Metodo Validation

26.3.07

PINA un crollo inaspettato

Quando Pina entra in istituto è consapevole della malattia, adeguata, con bei modi, colta, purtroppo piena di ansia.
Vengo chiamata dopo alcune settimane dal ricovero perché è agitatissima e confabula!
Non mi guarda mentre provo delicatamente a rivolgermi a lei, il suo sguardo si perde lontano. E’ spaventata, cammina avanti e indietro, parla senza che si possa afferrare neppure una parola, sembra latino in certi passaggi. Mi uniformo a lei come vuole la tecnica Validation, respiro come lei, cammino con lei. Ad un certo punto dice “non c’è più niente”.
Con l’aiuto della tecnica della riformulazione (“Pina non c’è più niente?”) ottengo uno sguardo. Poi riprende “non sono niente… non ho più nessuno… non sono più nessuno”. E’ disperata; con lo sguardo e l’espressione del viso mi trasmette una sensazione come di ineluttabilità delle cose, come quando qualsiasi cosa tu faccia succederà il peggio; poi finalmente cala la tensione e piange ripetendo più volte “non so”. “Cosa possiamo fare? – dico - A chi chiedere aiuto?”. Lei : “Mamma, mamma”.
Quando ritorna a respirare normalmente e mi sembra stare un po’ meglio mi congedo sapendo che dovrò tornare nei giorni successivi e lei mi dice con mia enorme sorpresa “sei tanto cara, sei molto buona, non è facile”.

Pina si apre pian piano parlandomi dei suoi grandi dolori. I racconti di queste persone sono spesso così strani che viene proprio difficile pensarli reali. Ma il punto è che in un caso o nell’altro i sentimenti e le emozioni che esprimono sono autentici, questo è importante per noi.

Un giorno mi racconta tra le lacrime e con agitazione che una cara amica ( ho scoperto poi che si trattava della sorella) si era tolta la vita anni prima. Io non avevo notizie in merito. Quello che Pina ha fatto di buono quel giorno è stato parlare, pur con un po’ di confusione, dell’enorme senso di colpa che la affliggeva e che si era tenuta forse dentro per troppo tempo, negandolo. Un senso di colpa tremendo, micidiale, quello di non aver capito la gravità della situazione di questa donna che si tolse la vita proprio mentre lei era in vacanza. L’idea di non essere stata in grado di salvarla deve essere stata per lei terribile da sopportare. “Non avevo capito la sua disperazione…è rimasta sola…le avevo preso un appuntamento da uno specialista ma lei…mamma, mamma, aiuto!”.
Nella stessa chiacchierata altre lacrime e altra rabbia per la “gente cattiva” che sparlava di quella donna “come in quel film, con il dottore”. Dopo un po’ di confusione di nuovo i pensieri si organizzano : “dicevano che era l’amante del prete…fanno battute su quel film… dove una donna si innamora del dottore.” “Uccelli di rovo? - dico io ipotizzando che il dottore sia in realtà il prete - “si, si ma… le battute uccidono”.

Quante altre emozioni ha potuto esprimere questa donna legate a fatti veri e non, quando si sentiva perseguitata, trascurata, derubata.
Era ossessionata da una signora (che effettivamente aveva il suo stesso cognome) perché le aveva rubato il nome! Quasi a denunciare la sensazione di furto della sua identità.

Quanto mi sono state utili le tecniche Validation, come quella del saper mettere da parte le mie emozioni! Non è affatto facile affrontare una persona con una storia così coinvolgente e non lasciarsi sopraffare. E’ proprio importante invece questa tecnica perché questo è forse l’unico modo possibile per dare aiuto. Diverso sarebbe se il coinvolgimento eccessivo ci facesse sentire bloccati dentro.

Peggiora Pina, peggiora fino a non camminare più e a non parlare più. Rimangono ancora gli occhi disperati e il respiro affannoso.
In una delle ultime occasioni di incontro mi dice “non so, non capisco più niente, forse rifiuto”.

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7.3.07

Bruna la vittima

Vengo chiamata per un ricovero difficile.

Davanti a me c'è una signora minuta, con l'aria molto spaventata, con intorno i figli, l'infermiera, l'assistente sociale e un'assistente un po' in disparte. Mi raccontano velocemente che sono tutti preoccupati perché ha problemi cardiaci importanti per cui tutta questa paura, angoscia, tutto questo star male sono pericolosi. Lei non vuole assolutamente stare qui. Le varie persone intorno, con estrema delicatezza, cercano di farle capire che qui starà bene, che verrà curata, che ha bisogno di assistenza e via dicendo.

La signora Bruna, che prima aveva avuto anche un momento di aggressività, ora è silenziosa, con gli occhi gonfi e non si toglie il cappotto e il cappello. Mentre ancora mi limito a osservare (il viso profondamente triste, l'angoscia che prende il sopravvento) si rivolge al figlio minore e accarezzandolo con tutta la dolcezza possibile e piangendo lo supplica di riportarla a casa.
Quei poveri figli stavano così male che più di una volta hanno pensato di riportarla a casa davvero. Con tutta la fatica che avevano fatto negli ultimi tempi a gestirla era impensabile!
Arriva a questo punto anche un medico, giustamente chiamato per controllare la situazione cardiaca e che tra l'altro riempie di gentilezze questa paziente tanto in difficoltà. Piano piano la signora si calma.

Mi inserisco dunque in questa situazione così difficile chiedendole cosa l'angoscia, mi interesso a lei e alle emozioni che prova senza sentire il bisogno di convincerla che qui starà bene. La mia priorità è quella di "ascoltare", quella di farla sentire prima di tutto libera di esprimersi, non soffocata dagli eventi. Le dico che anch'io al posto suo mi sentirei così... le permetto di piangere e disperarsi. Gli sguardi degli altri erano un po' stupiti per questo mio comportamento, ma questo è normale.

Così quella piccola signora incomincia a sentire intorno a sé un ambiente meno ostile, più in sintonia con ciò che prova lei; trova in me qualcuno che non sorride affatto, che non prova a tranquillizzarla, anzi qualcuno che la guarda con la sua stessa aria triste. Qualcuno che la capisce e che entra empaticamente nella sua emozione.

Dopo ore riesce a togliersi il cappotto.

Ho incontrato Bruna tante volte, convalidando i vari motivi per cui piangeva, tollerando con l'aiuto dei colleghi le sue insistenze. Era proprio il vittimismo il suo disturbo comportamentale. Questi pazienti sono comunque degli accusatori ma hanno una visione delle cose come di chi subisce ingiustizie. Ora era la compagna di camera che le aveva fatto un dispetto, ora erano le dita che le facevano male, ora le avevano rubato la bottiglietta dell'acqua, ora le avevano detto una parolaccia. Il bisogno era sempre poterlo dire, piangere, essere compatita (trovare qualcuno che provi compassione).

Ciò che veramente è difficile, a mio parere, è imparare a dare spazio all'emozione dell'altro, qualunque essa sia, senza pensare che dobbiamo risolvere la situazione. Cercare una soluzione infatti ci impegna molto emotivamente e ci allontana dal bisogno estremo che l'altro ha di essere ascoltato. Non è che si sbagli se non lo si fa, ma migliora molto lo stato d'animo in chiunque di noi se ci si sente prima di tutto ascoltati e capiti.

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