Il Metodo Validation

28.2.07

Alda e la sua ansia

Quando rientro al lavoro dopo la deliziosa interruzione per l’arrivo della mia seconda bambina, vengo subito informata della difficoltà nel gestire la sig.ra Alda.

Soffre di una sindrome demenziale multinfartuale. Ciò che trasmette è una profonda angoscia, qualcosa di estremamente doloroso, con momenti caratterizzati da tristezza e altri da agitazione. Una persona bellissima, molto coinvolgente.

Ho iniziato subito ad occuparmi di lei.

Il personale in reparto viene spesso assalito da una sensazione frustrante e, nonostante la preparazione e la sensibilità, da una sensazione di impotenza. Anch’io mi sento così quando mi guarda con quegli occhi che chiedono aiuto mentre la sua comunicazione verbale inceppata spesso dice “catena, catena, catena”. A volte ci siamo chiesti, con legittima curiosità, che cosa significasse quella “catena”. Ancora oggi, dopo anni di Validation individuale e di gruppo, non lo sappiamo. Ma questo non ci riguarda, noi non abbiamo il compito di indagare o psicanalizzare la sig.ra Alda. Abbiamo invece il compito di accompagnarla nella sua malattia accogliendo ciò che ha da dire.

Come quella volta in cui mi diceva disperata che non aveva perdonato la mamma che l’aveva abbandonata da piccola ed ora non era più in tempo! La vedeva ad un cancello mentre le chiedeva perdono! Una immagine vivida, forte, tecnicamente un delirio. Si sentiva morire di disperazione per non averle concesso quel perdono, per essere stata tanto arrabbiata con lei. Ho sfiorato le lacrime quella volta.

Validation mi ha insegnato a partecipare alle emozioni con emozione, non ad averne paura. Ho potuto permettermelo perché ho ben imparato a non farmi carico del paziente, a non (con)fondermi con lui, ma ad ascoltarlo! L’accoglienza delle emozioni e dei sensi di colpa di Alda, tanto buona e fragile, so che l’ hanno almeno alleggerita. Quando finiva dicendomi: “tu sei sempre la mia catena” ero certa di esserle stata d’aiuto e sentivo di aver fatto ciò che era possibile.

Non poteva servire ad Alda una terapia dell’orientamento, erano le emozioni che traboccavano confuse e dolorose. Solo con un ascolto convalidante si poteva di volta in volta diminuire la sua angoscia.

Alda ha attraversato, con l’assistenza costante ed affettuosa della meravigliosa figlia, molti momenti di grande consapevolezza della malattia – “ per tanto tempo è andato tutto bene e guarda adesso come sono scema”- altri di paura, panico rivivendo il primo episodio ischemico, altri ancora di serenità riuscendo ad essere persino ironica – “è passata la tua collega che sembra un vulcano” riferendosi ad una persona davvero piena di vitalità- arrivando pian piano a non riuscire più a farsi capire.

Ho convalidato comunque le emozioni che riuscivo a captare dalle sue espressioni e una delle ultime volte è riuscita a dirmi: “tu mi hai fatto una catena molto bella”!

Ora rimangono solo i suoi sorrisi, rari ma ancora presenti.


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17.2.07

Una forma di rispetto

A PROPOSITO DEL "TU"

mi è capitato spesso di discutere con gli operatori della questione del dare del tu agli anziani. Questo sarebbe motivato dal fatto che, stando insieme tutto il giorno, si crea confidenza o perché sono gli anziani a chiederlo… Io tendo a dire che ciascuno di noi provi a verificare bene se è poi così gradito il tu.

Questa mattina, facendo una piacevole chiacchierata con la sig.ra P., alla quale sono riuscita a dedicare 10 min. del mio tempo e ad offrire un caffè, è emersa una cosa interessante. Non finiva più di ringraziarmi, come se le avessi fatto un regalo meraviglioso. Tra le altre frasi: “quando mi verrà in mente, non ci crederò!” “per me è come se fosse successo qualcosa di… perché, vede, il sapore del caffè che rimane…” “io non so proprio come ringraziarla”.

A questo punto mi dice di darle del tu. Io rispondo che non mi riesce, che la confidenza c’è lo stesso ma che con le persone di una certa età non riesco proprio. Lei zitta. Poi esclama: “ Si vede che è una persona educata!”

Io trovo che Il “lei” sia una bella porta d’accesso.

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La storia di Mariuccia: un'anziana nel 1° stadio

LA STORIA DI MARIUCCIA

Un giorno mi ha detto: “Perdere la memoria è come perdere se stessi, i ricordi, gli affetti, la vita!”

Ci incontriamo con costanza due volte alla settimana da mesi ormai. Lei mi aspetta, anche se non lo sa, chiusa nella sua solitudine e piena di confusione.
Non appena mi vede, un sorriso. Poi via con un soliloquio nel quale raramente riesco ad inserirmi. E’ indaffarata a cercare pensieri nella sua mente e cose nella sua camera.
Che cosa cerca ora in un cassetto ora nell’armadio ora nella borsa? Non lo sa.

Si prende in giro per questi scherzi che le fa la memoria e tenta di sopravvivere, capace come è ancora di autocontrollo e ironia.

E’ nel primo stadio secondo Feil, quello della consapevolezza, della tensione e delle accuse. Già, le accuse.
Ce l’ha con chi le ha rubato un rolex che non ha mai avuto. Dice che è costretta a nascondere il portamatite, un tempo pieno di penne. Sostiene che questo posto è una vergogna perché spariscono i soldi!

Naomi Feil dice che questi anziani si esprimono attraverso simboli. Verrebbe da dire che è proprio così. Il rolex rubato sembra dire il disagio di chi si sente derubato del proprio tempo. E che dire delle penne, con cui Mariuccia ha lavorato una vita come segretaria di un importante dottore? La demenza sta rubandole anche questo meraviglioso ricordo, il suo lavoro.
Si tiene impegnata per ore scrivendo la lista delle commissioni da fare - la sua quotidianità fino a poco tempo fa - e accusa l’Istituto di tenerla prigioniera, di non lasciarla uscire.
E “che spreco questi posti pieni di corridoi dove i vecchi si perdono! Ma chi li costruisce?” Colpa della costruzione non del suo disorientamento.

E’ ancora tanto bella coi suoi novant’anni, elegante, raffinata, perfetta, una signora. Non c’è pericolo che sbagli a mettere una gonna con le calze adatte. Non dimentica mai i suoi “addobbi” come li chiama lei, collane preziose e orecchini.
Si indigna perché quelle ragazzine le danno del tu. E’ orgogliosa della sua cultura e della sua autonomia.

C’è stata diffidenza e distacco inizialmente, ma poi la fiducia, creata attraverso il rapporto empatico, ha sostituito le difese.
Gradisce la relazione sincera e autentica con chi le può dedicare anche solo pochi minuti, ma tutti per lei. Desidera andare al bar e sedersi come faceva con le sue amiche.
Sono felice di poterle dare questi piccoli ma preziosi spazi, fatti di rispetto e grande comprensione.

Il Metodo Validation mi ha dato la capacità tecnica ed emotiva di entrare nel suo mondo con partecipazione e di capire il perché di tanti strani comportamenti.

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16.2.07

Apertura di un corso di 1° livello in Lombardia!

NEWS

Apertura di un corso di primo livello in Lombardia!

Il corso si articola in 5 "blocchi" da 2 giornate ciascuno e si terrà a Legnano (MI) presso Vitaresidence 4. Le giornate prescelte sono di sabato e domenica per facilitare i lavoratori dipendenti.
Le date sono:
3 e 4 marzo 2007
21 e 22 aprile 2007
9 e 10 giugno 2007
15 e 16 settembre 2007
10 e 11 novembre 2007
Chi fosse interessato potrà rivolgersi alla Dr. ssa P. Verga
031.35282169
pverga@vitaresidence.org

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